SVE IN UNA COMUNITA’ RURALE ALL’ENTRATA DELL’AMAZZONIA ECUADORIANA

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Eccomi qua, a cercare di imbottigliare l’ondata di fatti ed emozioni che mi ha travolta in questo mese.
E’ avvenuto tutto velocemente, la laurea in lingue, l’apertura al nuovo. Io voglio conoscermi, riconoscermi, conoscere il mondo, esplorare, condividere. Sono una di quelle persone “multipotenziali”, appassionata di tante cose, che non sa scegliere, o probabilmente non vuole, perché forse la soluzione è metterle tutte insieme, per realizzarsi pienamente come essere umano. Il progetto a cui sto partecipando unisce le cose che mi piacciono: il viaggio, la scoperta di nuove culture, l’insegnamento, i bambini, la natura, la fotografia. E poi il Sudamerica, che mi chiamava forte.

Sono arrivata in Ecuador il 1 maggio, dove starò fino al 30 settembre, partecipando ad uno SVE all’interno di un più ampio progetto di Global Recognition, con Erasmus+.
L’associazione Arajuno Road Project (http://arajunoroadproject.org/), per cui sono volontaria, si occupa di eco sostenibilità e istruzione, nella regione orientale della Pastaza, regno di comunità indigene e biodiversità da salvaguardare. Io sono incaricata della parte educativa e del centro comunitario; Ana Luìsa, dal Portogallo, della parte di eco-agricoltura. Ci siamo incontrate a Quito e insieme siamo arrivate a destinazione, dove ci attendeva Indre, la coordinatrice dalla Lituania.

Viviamo insieme e lavoriamo in una comunità rurale a mezzora da El Puyo, capoluogo della provincia, parola che in Kichwa significa “nuvoloso”. Non vi è quasi giorno in cui non si rovesci un acquazzone tropicale, ma il cambio di clima è rapido. Gli abitanti non usano mai l’ombrello, ad eccezione di quando si impone il sole. Davanti al nostro dormitorio, addobbato con canne di bambù e pareti dipinte, si estende un grande spiazzo con porte da calcio, talvolta utilizzate come stendino per fare asciugare i panni. Cucina e bagno si trovano a qualche metro dalle camere. I nostri vicini sono gentili e sorridenti; galline, oche e gatti passeggiano liberi. Vi sono anche un maiale e vari cani, tenuti in condizioni abbastanza degradanti: spesso ci lasciamo tentare dai loro sguardi e li sfamiamo.
Il sole tramonta alle 18 e risplende dodici ore dopo, in concomitanza con il canto del gallo, con cui ci svegliamo ogni mattina. E’ proprio vero che la permanenza nella natura ristabilizza il bioritmo. Finora abbiamo avuto incontri ravvicinati con variopinti insetti, rane, tarantole… Speriamo solo di non averne mai con serpenti o puma.

Spesso ci rechiamo a Puyo, per fare la spesa, portare la roba in lavanderia o semplicemente per cambiare aria, dal momento che il posto dove ci troviamo è piuttosto isolato. Ciò che a primo impatto mi rimane impresso sono le numerose persone che per le strade vendono morocho e banane grigliate, la musica che fuoriesce ad alto volume dai negozi, vecchine che, a pochi dollari, vendono verdure, sedute per terra agli angoli dei marciapiedi, l’assenza di fermate e la conseguente rincorsa dei mezzi pubblici.

Durante la prima settimana ci hanno fatto fare un giro turistico della città. Abbiamo visitato il parco etnobotanico Omaere, dove ci hanno dettagliatamente presentato alcune delle sette nazionalità indigene presenti nella regione e dove un ragazzo della comunità Achuar ci ha illustrato piante autoctone medicinali e con un frutto mi ha decorato a cerimonia il viso; abbiamo fatto la spesa nel colorato mercato centrale, dove si vendono svariatissimi tipi di frutta e radici, che devo ancora imparare a distinguere, quali, per citarne qualcuno, granadilla, guayaba, guanaba, pitaya, yucca, guayusa, oltre ai numerosissimi tipi di banana; abbiamo anche fatto tappa all’Escobar, il bar- ristorante che promuove prodotti locali, assaggiando le birre artigianali; e in prossimità della zona del Paseo Turistico e del Barrio Obrero abbiamo gustato il ceviche volquetero, piatto tradizionale della città. Altri piatti tipici che ho avuto il piacere di conoscere sono il maito, piatto di pesce o carne avvolto in una foglia di banana grigliata, e alcune varianti del platano, da los bolones rellenos de queso a los chifles.

Le differenze si sentono.
Qui non c’è la cultura del valore del tempo, tutto avviene secondo i placidi ritmi del Sud. Spesso si arriva in ritardo, o non si arriva proprio.
Ciò permette di allenare pazienza e spirito di adattamento, ma anche di notare la calma in ogni gesto e di assaporare ogni cosa con tutti i sensi, a pieno, di apprezzare la vita senza frenesia.
Ho scelto questa occasione anche per fare ulteriore esperienza della sfida. La lontananza da casa e da tutto ciò che per me è caro, il cimentarmi in un nuovo lavoro, il vivere i bisogni primari senza le comodità a cui sono abituata. Le condizioni di vita (e di igiene) sono abbastanza dure, ma sono convinta che, non nonostante, bensì grazie a questo, coglierò prospettive e spunti nuovi.
Gli imprevisti non si fanno attendere. Appena partita non hanno imbarcato il mio zaino e sono stata senza per più di una settimana, i mezzi sono spesso colmi e ho viaggiato in piedi per vaste distanze. La vita non segue i piani prestabiliti, e vivere esperienze così intense, in cui tutto è concentrato e allo stesso modo dilatato, dal tempo alle emozioni, ti costringe a guardare la situazione da un altro punto; e l’entusiasmo è talmente forte che non si può fare altro che stare nel momento, senza preoccuparsi del futuro o rimpiangere il passato; che poi è ciò che si avvicina molto al concetto di felicità.

Sto vedendo posti meravigliosi, dove le aquile volano alte. Montagne, cascate, vulcani. Alcuni luoghi sono incontaminati, aperti,calmi. La notte, se si alza lo sguardo, ci si sente travolti dal cielo stellato da cui si possono distinguere le sagome nere degli alberi immensi.

In questo contesto armonioso, sto svolgendo mansioni che mi appassionano. Tengo lezioni di inglese e mi occupo della biblioteca del centro comunitario; mentre assistevo ad una partita di calcio della scuola, a direttore e insegnanti è piaciuto il mio approccio con i bambini, quindi assisto anche nelle lezioni. Sto aiutando i ragazzi nella preparazione degli esami che sosterranno a luglio e sviluppando uno spettacolo di danza con i più piccoli.

Il progetto è aperto a proposte, cosa che mi consente di dare libero sfogo a nuove idee e ispirazioni. Una volta alla settimana si tiene la minga, il lavoro comunitario, a cui tutti partecipiamo, aiutando nell’orto o zappando per sistemare il compost, e abbiamo anche assistito ad un interessante laboratorio di permacultura. E’ rigenerante stare a contatto con una cultura per la quale è di vitale importanza la cura della Pacha Mama, la Madre Terra.

I vicini sono cordiali e discreti, anche se non interagiscono con noi più di tanto.
All’arrivo mi hanno accolta sguardi di diffidenza mista a curiosità. Mentre i bambini, così belli nella loro spontaneità, si sono lanciati entusiasti, senza barriere. E dopo qualche tiro a calcio, siamo diventati amici.
Quando sono partita, una delle questioni che mi sono posta è stata il tema dell’eventuale strascico di colonialismo nei progetti di volontariato internazionale. Essendo l’intento quello di evitarlo, insieme alla coordinatrice dell’educazione approfondiamo il tema, discutendo di integrazione, globalizzazione, identità.

Ho lasciato la mia zona di comfort e ne sono felice. Voglio che la mia Vita sia utile, non voglio essere una vittima del mondo, ma un soggetto attivo e autentico. Sto imparando tanto e mi sento estremamente curiosa di conoscere quello che qui posso dare e ricevere. La Vita è scambio.

Articolo e fotografie di Giulia Balidini

 

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