Quando l’educazione non formale ti aiuta a conoscere e a farti conoscere

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Sono giá più di 5 mesi che sono in  Messico con l’associazione Siijuve, attraverso il programma EVS (European voluntary service) grazie all’Organizzazione Joint e il progetto WWW.

Dopo i primi mesi di lavoro in ufficio, da due mesi a questa parte ho iniziato un progetto sociale due giorni a settimana in una casa di accoglienza per ragazzi tra i 13 e 20 anni, vittime di abusi o semplicemente abbandonati dai propri genitori.

L’incontro è stato impattante, non pensavo di trovare cosi tante difficoltà nell’inserirmi in questo ambiente. In fondo per un anno ho lavorato con progetti di scambio interculturale in Italia e di situazioni complicate me ne erano già capitate. La verità però è che mai mi ero trovato nella situazione di inserirmi in un ambiente già formato, in un altro Paese, con cultura e principi di vita diversi dai miei. Negli scambi tutto è nuovo per tutti, non esiste una cultura predominante e l’incontro ha una durata molto breve.

E così mi sono rimboccato le maniche, e con i ricordi ho sfogliato la lista di attività di educazione non formale fatte in passato per trovare il modo di entrare in contatto con i ragazzi, conquistarmi la loro fiducia, farmi conoscere e conoscerli.

Ho pensato che l’importante fosse trovare delle attività che stimolassero un loro interesse, una loro curiosità, non tralasciando l’obiettivo del insegnamento di qualcosa. E così dopo la prima     13250583_10209905872703178_1854427101_nsettimana ho appeso un cartellone al muro, l’ho diviso in tre colonne e ho iniziato a scrivere frasi e modi di dire in spagnolo, traducendoli nelle altre due colonne in inglese ed italiano. Con non poco stupore, nel giro di una mezzora il cartellone era pieno di frasi in spagnolo scritte dai ragazzi e dagli stessi educatori, nell’attesa di una mia traduzione. Ero riuscito a raggiungere l’obiettivo con un semplice cartellone e un po’ di fantasia. Avevo stimolato il loro interesse per una lingua a loro totalmente sconosciuta come l’italiano, e allo stesso tempo in minima parte contribuito al loro apprendimento della lingua inglese, che così tanto gli costa fatica, il tutto tra le risate nel sentire pronunciare le frasi in italiano.

Ero ora il momento di trovare il modo di lavorare con i ragazzi a livello pratico, di trovare un metodo che ci mettesse in una situazione di lavoro di squadra, con un obiettivo comune da raggiungere. Nel lavoro con scambi internazionali in Joint, l’associazione in cui lavoravo quando ero in Italia, ho imparato quanto questo sia un punto fondamentale per la creazione di fiducia reciproca, di gruppo, di condivisione delle responsabilità. I famosi Teambuilding! Il punto era trovare qualcosa che oltre a tutto questo, fosse anche divertente e per loro interessante. “Trovato”, mi dico. “Sono italiano, e se c’è una cosa che ci rende famosi in tutto il mondo è la Pizza; che altro potrei fare per lavorare con i ragazzi e stimolare un loro interesse se non cucinare con loro la pizza?”. E cosi ho fatto, abbiamo comprato gli ingredienti, ci siamo messi attorno ad un tavolo e, come mi ha insegnato mia madre, mi sono messo con i ragazzi a preparare la massa, la salsa e tutti gli ingredienti tra le risate generali.

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È stato un grande successo, i ragazzi si sono divertiti, hanno imparato qualcosa di nuovo, hanno collaborato e hanno mangiato del lavoro delle loro mani. Da quel giorno mi sento maggiormente accettato, sento la loro fiducia, hanno iniziato a raccontarmi dei loro problemi e dei loro primi amori.

La strada è ancora lunga e il momento di frustrazione non mancano. Rimane non semplice riuscire a stimolarli e farmi ascoltare. Sono ragazzi con storie alle spalle di vita dura, senza un papà e una mamma chi gli preparano la cena e gli rimboccano le coperte, e non mi aspetto che un cartellone e una pizza mi rendano una persona a loro famigliare, con cui confidarsi e da rispettare e ascoltare.

Se c’è però una cosa di cui sono sicuro è che attraverso questi metodi non formali, che mi mettono al loro stesso livello, potrò riuscire a trasmettere qualcosa, un messaggio, che seppur piccolo, non potrei raggiungere con metodi educativi standard; non qui in Messico, non in questa situazione, non con questi ragazzi. Educazione non formale significa questo, trasmettere messaggi attraverso il gioco. E grazie a questi metodi sto imparando a conoscerli e a farmi conoscere, a guadagnare la loro attenzione a stimolarli a non smettere di interessarsi, di incuriosirsi e di seguire le proprie passioni.

Mi mancano ancora molti mesi e le idee non mi mancano, presto vi racconterò i miei prossimi passi.

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