Un mondo al contrario: il Nepal visto da dentro

Inserito da

 

 

Namaste!
Mi chiamo Irene e scrivo da Taukhel, un piccolo villaggio del Nepal, a 15 km da Kathmandu, dove sono arrivata all’inizio di agosto e dove starò fino alla fine di maggio. L’organizzazione dove svolgo il mio Sve si chiama “Moonlight children’s home”; è un orfanotrofio femminile, o anzi sarebbe meglio definirlo una grande famiglia, dove sono ospitate 22 bambine; la più piccola ha 4 anni e la più grande 13. Sono belle e sorridono sempre. Io e Sara, l’altra ragaIMG_0233zza che è volontaria insieme a me, ci occupiamo di loro nelle varie attività quotidiane: le aiutiamo a prepararsi per andare a scuola, serviamo il pranzo e la cena, le aiutiamo a fare i compiti, le facciamo giocare.. insomma siamo un po’ le loro sorelle maggiori, le loro “sisters”, proprio come ci chiamano dal primo giorno in cui siamo arrivate qui. Per alcune mattine alla settimana, da sisters ci trasformiamo in teachers e insegniamo inglese in una scuola pubblica del paese. Ci occupiamo inoltre della gestione della pagina facebook della Moonlight e scriviamo mensilmente una newsletter per raccontare a chi ci segue come stanno le bambine e le varie attività che facciamo con loro. Insomma qui in Nepal non ci si annoia mai! Non solo per i vari impegni, ma anche e soprattutto perché qui è tutto nuovo e c’è sempre qualcosa da scoprire.

Mi ricordo benissimo le impressioni che ho avuto appena uscita dall’aereoporto e nei primi giorni qui. Una particolarità di questo paese che mi è subito saltata all’occhio, sono i colori. Dal verde delle piantagioni di riso, al rosso dei vestiti delle donne nepalesi, al giallo delle pannocchie lasciate al sole a seccare.. tutto è mille volte più colorato. E poi gli odori! Un misto di polvere (le strade non sono asfaltate), terra bagnata, pipì, fritto, incensi e spezie. Passeggiare per le vie di Patan o di Kathmandu è un’esperienza che non può essere paragonata a nessuna delle altre città in cui ho passeggiato nella mia vita. Urla di venditori ambulanti, clacson di auto e moto e una folla che cammina, quasi senza fatica, perché trasportata dalla propria stessa corrente. Sembra di essere dentro un formicaio.

Qui è tutto molto diverso. La lingua (l’alfabeto è quello indiano), il calendario (siamo nel 2072!), la religione (il 99 % della popolazione è induista e buddista), le abitudini (mangiano con le mani, si lavano solo il sabato, si svegliano alle 5, pranzano alle 8 e mezza del mattino e vanno a letto alle 8 di sera), le comodità (niente elettricità in alcuni momenti della giornata, niente acqua in casa in altri, niente tv o supermercati, l’acqua non potabile..), il clima (i monsoni fino a settembre e ora la stagione fredda e secca). La maggior parte della gente vive mangiando quello che coltiva nel suo pezzettino di terreno. Sembra di essere tornati indietro di 150 anni, con i ritmi della giornata e della settimana scanditi dalla vita nei campi e dalle feste religiose.
Vivere qui, in questo piccolo villaggio, lontano dai quartieri turistici della capitale, in una comunità dove siamo le uniche “bianche”, mi sta facendo vivere il Nepal vero. Non quello delle cartoline, delle montagne, delle durbar square, ma quello della vita senza corrente elettrica, dei bambini che giocano per strada costruendosi una palla con degli elastici, delle donne che lavano i panni alla fontana del paese..

Dopo anni passati sui libri a studiare in modo quasi completamente teorico, in Nepal sono stata catapultata in un mondo quasi esclusivamente pratico. Messi da parte i manuali, mi sono rimboccata le maniche e ho imparato cose che non mi sarei nemmeno immaginata di dover fare nella vita. Fare il bucato a mano, lavarmi con le bacinelle quando manca l’acqua, cucinare con il fuoco e la legna, togliere i pidocchi.. Non è stato tanto imparare tutto questo che mi fa stupire di me stessa (in fondo chiunque potrebbe farlo, è solo questione di adattamento e abitudine), ma è il fatto che ora faccio tutto ciò senza problemi, in modo naturale, senza lamentarmi o avere schifo.. lo faccio perché è così che si vive qui.

Da quello che ho potuto vedere in questo primo periodo, il Nepal è un paese pieno di contraddizioni. La bellezza dei paesaggi naturali incontaminati delle cime innevate dell’Himalaya e l’inquinamento delle città, che rende l’aria irrespirabile; le bandiere colorate che volteggiano sulle bianchissime stupa buddiste e la polvere e il fango delle strade intorno; la dolcezza del mango e del buonissimo milk-tea e il sapore aspro e davvero immaWP_20151209_011ngiabile dei pickle (uno tra questi è un limone ricoperto di sale che i nepalesi mangiano come merenda); la ricchezza dei templi indu, con statue coperte d’oro, e la miseria di chi nel tempio porta le proprie offerte.
Questa totale diversità e queste contraddizioni all’inizio mi hanno un po’ spaventato. Sapevo che le tradizioni e le usanze sarebbero state differenti e lontane da quelle occidentali; ma un conto è leggere un libro sull’induismo o guardare un documentario sul Nepal, un altro conto è trovarsi totalmente immersi in un mondo che davvero non ha nulla a che vedere con il tuo. Una diversità che è anche presente nel modo di pensare e di vivere. E che a volte crea incomprensioni, malintesi, situazioni paradossali, che a raccontarle fanno quasi ridere.
Un mondo al contrario. Dove la domenica è il primo giorno della settimana e si lavora, dove si guida a destra e non ci sono semafori, dove quasi nessuno sa che il 25 dicembre è Natale, dove benedicono l’arrivo di un topo in casa (mentre tu vorresti solo cacciarlo via), perché è segno della presenza di una divinità.

Anche stare con le nostre bambine è “diverso” rispetto alle esperienze che ho avuto in passato con i bambini in Italia e in Francia. Ho sempre lavorato con i bambini, ma senza mai essere direttamente responsabile per così tante ore consecutive e nella vita di routine. Non si tratta più di organizzare attività di breve durata, ma di passare con loro quasi tutta la giornata. È diverso anche perché ovviamente sono bambine con un vissuto particolare, che vivono in un paese altrettanto particolare. E l’educazione che ricevono è lontanissima dalla nostra idea. Nonostante siano in un ambiente protetto (mille volte più fortunate rispetto ad altri bambini nepalesi), dove hanno la possibilità di andare a scuola, di dormire in una bella cameretta con i letti a castello e perfino di guardare i cartoni animati alla tv (quando c’è la corrente), a volte faccio davvero fatica a capire certi comportamenti nei loro confronti, certe regole per me senza senso, certi metodi (in particolare a scuola) per me completamente inadatti. Ma, stando con loro in questi mesi, mi sono resa IMG_9528conto di questo: questa è la loro vita, la loro mentalità, il loro paese; non sono certo io, che arrivo e resto per 10 mesi a poter cambiare il mondo o anche più semplicemente il modo di pensare. Certo posso dire la mia opinione, posso dare consigli, se lo ritengo opportuno, ma non posso trasportare le mie idee, che vengono da un’altra parte, e pensare di riuscire a radicarle qui. Sono io che mi devo adattare a loro, non loro a me. E pian piano ci sto riuscendo. Questo vale per ogni situazione in cui mi sono trovata e in cui mi troverò.
L’altro giorno guardavo facebook e mi è venuto da sorridere perché ora nei “post consigliati” ho proposte di fantastici sconti sulla nuova collezione dei saari (che è il vestito tipico delle donne), oppure mi dicono “guarda le star di bollywood come erano da piccole”. Tutto il mondo è paese, ho pensato. E ora io sono in questo mondo e in questo paese. Dentro. E per quanto la diversità la noti ancora e io non mi senta nepalese, come è giusto che sia, quello che all’inizio mi sembrava sconvolgente, pauroso per certi tratti, adesso fa parte della mia quotidianità, e non mi spaventa più.

Avrei ancora moltissimo da raccontare: del viaggio in India, di quella volta che ho ballato la danza Navratri per tutta la notte, di come ho festeggiato il Dashain (la più importante festa induista..), dell’alba sull’Himalaya, di quanto sia stato difficile insegnare l’alfabeto a Mona, delle stelle e della via lattea e di quanto i sorrisi, quelli dei bambini sopratutto, siano la miglior soddisfazione e la miglior forma di gratitudine che si possa ricevere.. e sono solo a metà strada!

 

 

Luogo Messaggio del Blog

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *