Non è il Perù ma sei tu.

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Quando si sceglie di trasferirsi in un altro continente per una lunga durata per un progetto di volontariato, prima di partire, c’è una domanda che ti accompagna costantemente ogni mattina: sto facendo la cosa giusta? E se anche le risposte che si improvvisano per scacciare la questione, restano risposte meritevoli in termini di costrutto logico, non se ne uscirà mai veramente, finchè non arrivi nel posto in cui ti sei mandato.

Arrivò così il 7 gennaio, giorno della partenza per il Perù, destinazione Huamachuco, 3100 metri nella cordigliera centrale delle Ande. Lasciato il piovoso inverno milanese s’arriva nella calda estate sudamericana. Dopo circa 3 giorni di viaggio sono arrivato. E si parte.

L’associazione d’accoglienza è il “Proyecto Amigo de la Casa Marcelino Pan y Vino”, onlus peruviana impegnata su diversi fronti. Dall’educazione ai meno abbienti, alla difesa del territorio passando per campagne di advocacy per la formalizzazione di miniere abusive e molto altro. Le mie mansioni sono proprio educazione non-formale, advocacy e comunicazione.

Mentre vi scrivo sono quasi al mio secondo mese di volontariato e posso tirare le prime somme, estramamente positivie.

La mia giornata tipo è dalle 8 alle 18, se non ho lezioni di matematica con bambini dai 7 ai 12 anni circa lavoro su altri progetti. Ricerca sulla condizione dei minori lavoratori e dei minatori adulti, reportage sull’ambiente e supporto nel marketing del progetto sono alcune delle mie attività attuali. Entusiasmante, coinvolgente e datemi un vocabolario per trovare altri aggettivi. Ci si sente parte di un concetto, di una filosofia, qualcosa che mette alla prova, oltre alle proprie capacità tecniche anche i propri aspetti umani. A dire il vero non mi aspettavo un’esperienza mozzafiato a tal punto. Mi spiego, di certo credevo fosse un progetto interessante ed arrichente, ma non che potesse colpire così a fondo le mie passioni personali. Siamo attualmente in tre, io, una mia collega italiana e una rumena. Lavoriamo assieme su molte cose, in maniera assidua e costante. Il lavoro di squadra è sempre un’esperienza di crescita. Certo non tutto è semplice, lavorare come educatore per bambini è una mansione che ti mette ogni giorno alla prova e fare i primi passi in questo ambito non è stato proprio una passeggiata. Ora dopo alcune settimane iniziali posso dire di avere un sistema con i miei alunni, anche grazie al supporto degli educatori locali, sempre disponibili a dare suggerimenti. Spero che da quest’esperienza uscirò arricchito, in termini di competenze ma soprattutto di aspetti umani. Per quanto riguarda il contesto peruviano, essendo italiano, per giunta meridionale, posso dire che se anche è un contesto nuovo, sicuramente rigido, le distanze non sono infinite. Il quadro sociale, le usanze, le forme relazionali, di certo diverse, spesso sostanzialmente, non sembrano poi così strane, sarà lo spirito carico che questa gente porta sempre con sè, sarà la curiosità di scoprire gli aspetti di una nuova cultura.

Uno SVE, o in genere, un progetto di volontariato lo consiglio a tutti. Farete esperienze nuove, conoscerete nuova gente, conoscerete un po’ meglio voi stessi. Si impara una nuova lingua e ci si mette in gioco in un contesto internazionale. Tutte cose che giovano all’animo umano ma anche al curriculum che di questi tempi è sempre meglio tenere al passo con le sfide richieste. Lasciate gli uffici squallidi, i colleghi invidiosi, i tram, le metro, gli ipermercati e i telegiornali falsi e andate in giro per il mondo!

Italo Angelo Petrone

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