Io e il Nepal, breve storia di una reazione chimica

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Sono arrivata in Nepal una mattina d’agosto sotto una leggera pioggerellina monsonica. Le dimensioni dell’aeroporto di Kathmandu e le scimmie che saltavano nella sala d’aspetto sono stati per me i primi segnali del nuovo e “altro” mondo che stava per accogliermi e dove avrei vissuto dieci mesi della mia vita. Dieci mesi di Servizio Volontario Europeo all’interno di una piccola ONG locale, un orfanotrofio femminile in un villaggio rurale a un’ora di autobus dalla capitale nepalese.

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Erano mesi, o forse anni che cercavo un’esperienza di volontariato nel Sud del Mondo. Ci pensavo fin dagli anni dell’università quando, dopo una bella lezione di filosofia, decisi di fare una tesi sull’altro e un professore mi rispose che l’altro è un lavoro per la vita, non una tesi. Cambiai professore, ma scrissi la mia tesi e conservai la curiosità per l’altro, il diverso, lo straniero.

Non c’è bisogno di andare dall’altra parte del mondo per incontrare l’altro, perché ‘altro’ è chiunque all’infuori di me e non c’è nemmeno bisogno di andare dall’altra parte del mondo per incontrare lo straniero, perché le nostre città traboccano di uomini provenienti da ogni angolo della terra.

Eppure, partire e andare a vivere in un altro continente significa saltare dall’altro lato del confine e diventare in prima persona lo straniero, il bianco, il diverso, quello che non sa la lingua e non capisce i cartelli e la maggior parte dei discorsi delle persone intorno a sé, quello in coda all’ufficio immigrazione per richiedere il visto. Significa adattarsi a un cibo che il tuo stomaco fa fatica ad assimilare, significa accettare che i tuoi padroni di casa non uccidano i topi perché li considerano emissari del dio Ganesh e che i vicini ridano di te mentre cerchi di fare maldestramente il bucato a mano dopo 26 anni di lavatrici.

Ma essere stranieri in un ambiente non familiare è anche ciò che risveglia i cinque sensi dal torpore dell’abitudine e ci rende iper-ricettivi nei confronti di qualsiasi cosa avvenga intorno a noi. Ricordo che i primi giorni della mia vita nepalese mi sembravano lunghissimi e non perché le giornate trascorressero lente o monotone, ma, al contrario, perché erano intense e colme di novità da conoscere. La nostra mente e il nostro corpo, sottoposti allo sforzo di adattamento in contesti nuovi e difficili, apprendono molto di più e molto più rapidamente che non nella monotonia della vita quotidiana.

Iniziavo a capire, finalmente, quel che mi era stato spiegato a parole durante il corso di formazione pre-partenza.  Allontanarsi dalla propria casa, dalle proprie amicizie e dalle proprie abitudini significa abbandonare la sicura e tranquillizzante “comfort zone”, per addentrarsi nella più pericolante “challenging zone”. Se riuscirai a non cedere alla “panic zone” – mi dicevano – la challenging zone sarà per te un luogo privilegiato di apprendimento. E così è stato fino ad ora.

Trascorro la maggior parte delle mie giornate in compagnia di bambini: le 22 bambine ospitate all’orfanotrofio (diventate ormai per me una tribù di sorelle minori), i 15 alunni di una prima elementare dove insegno inglese tre mattine a settimana e i 40 studenti di una classe intermedia dove insegno Moral Education.Sara Shanti

Esclusi i campi estivi e qualche esperienza di volontariato, non mi ero mai trovata così a lungo nei panni di insegnante e di educatrice. Non ho studiato per questo lavoro e molto probabilmente non lo farò una volta tornata in Italia. Così mi sono trovata ad improvvisare, partendo da quel poco che già sapevo, rispolverando giochi, canzoni e lavoretti di pasta di sale, che giacevano sepolti tra i ricordi della mia infanzia, e mischiandoli con gli stimoli che quotidianamente ricevo dalle persone e dall’ambiente che mi circondano. E forse apprendere non è nient’altro che questo: un continuo lavoro di recupero del passato e di rielaborazione creativa con ciò che di nuovo ci offre il presente.

 

In questo senso, è possibile comprendere in che modo un viaggio dall’altra parte del mondo possa portarci a (ri)scoprire molto del nostro passato e della nostra identità.

Un esempio tra gli altri, rubato a una delle mie passioni, la cucina. Qualche giorno dopo il nostro arrivo abbiamo comprato – per la prima e unica volta – la salsa di pomodoro nepalese per condire la pasta: era dolce e sapeva di ketchup. Abbiamo provato a correggerla con origano e basilico essiccati, ci abbiamo messo il sale, ma nulla ha funzionato. E allora ho ripensato alla mamma e alla nonna – siciliane -, ai chili di pomodori acquistati, al profumo che riempiva la cucina e alle macchie rosse sulle piastrelle, ai barattoli Bormioli riempiti col mestolo, sigillati e lasciati a riposare sotto le coperte calde. Non avevo mai cucinato la salsa in vita mia, avevo sempre e solo guardato, eppure quel ricordo unito alla voglia di pasta asciutta, unito alla mancanza di una buona passata di pomodoro hanno fatto di me un’eccellente cuoca di sughi.

I ricordi del passato, quindi, e le necessità del presente, quelle necessità che, come scriveva Manzoni, aguzzano l’ingegno. E non solo quando si tratta di cibo o di cose meramente pratiche (cavarsela con la mancanza di acqua, elettricità e gas – una triade che avevo fin troppo sottovalutato nella mia casa milanese), ma anche quando si tratta di lavorare in contesti e attività nuovi.

Penso a quell’ora che settimanalmente dedico all’insegnamento di Moral Education in una classe di dodicenni. Non era un’attività prevista nel piano originario e me la sono ritrovata tra le mani quasi per caso, o meglio per quel che sembra casualità, ma che è in realtà una concatenazione di cause ben precise. Durante il primo colloquio, il preside della scuola mi chiede che materia ho studiato all’università. Rispondo filosofia e per lui il collegamento è immediato e semplice: puoi insegnare Moral Education. Nell’elenco dei possibili –pochi- sbocchi lavorativi per laureati in filosofia, insegnare morale alle scuole medie nepalesi non era stato contemplato. Ancora una volta, un’inattesa possibilità radicata nel passato e generata dalla novità del contesto in cui si vive.

Educazione morale non è materia di studio nelle scuole medie italiane e Moral Education, insegnata in Nepal, non è di certo la filosofia che ho studiato all’università. Sfogliando il libro, mi accorgo che si tratta per lo più di favole che vogliono insegnare ai bambini a comportarsi bene nei diversi contesti della loro vita: la famiglia, la scuola, la società. Non è nient’altro che il risvolto pratico e quotidiano di ciò che secoli di pensiero hanno tentato di definire come vivere bene, vivere virtuosamente.

Partendo da questa idea di filosofia pratica e spendibile nel quotidiano, ho lasciato che fosse il Nepal stesso a suggerirmi l’idea di progetto che avremmo sviluppato con i ragazzi. I cumuli di spazzatura ai bordi di ogni strada, i falò di rifiuti, l’aria irrespirabile che costringe molti a girare per le città muniti di mascherine, i bambini che regolarmente buttano carte di caramelle e patatine a terra, l’inesistenza della raccolta differenziata; tutto questo mi ha indirizzato a un progetto di educazione ambientale. Non ho mai avuto alcuna passione per l’ecologia e poco o nulla so di riscaldamento globale, effetto serra, diossido di carbonio. Ma qualche ricerca qua e là su Internet, qualche conoscenza pregressa e l’idea di un cartone animato, Wall-E, hanno messo in moto da qualche settimana questo progetto-esperimento.

Al di là dei contenuti da trasmettere, ho imparato quanto sia indispensabile riflettere e lavorare sul metodo. In un paese in cui l’apprendimento scolastico è per lo più studio mnemonico di dati e informazioni, raramente compresi e rielaborati, mi è parso necessario rovesciare la struttura classica di una lezione nepalese: fare domande e spronare al ragionamento, piuttosto che impartire risposte già pronte.

Mi accorgo, con un esercizio di osservazione di me stessa – diventato molto più frequente e curioso da quando sono in Nepal – che quella che sto facendo è una continua esperienza di scambio reciproco tra me e l’ambiente in cui mi trovo. Io – con i miei vissuti, le mie passioni, i miei limiti e le mie paure – e il mondo nepalese – con i suoi paesaggi, il suo popolo, la sua cultura, i suoi problemi sociali e politici – interagiamo costantemente e al pari di una reazione chimica generiamo qualcosa di sempre nuovo, conoscibile nelle condizioni di partenza e imprevedibile negli esiti. È semplice e appagante come cucinare, si mischiano gli ingredienti e si aspettano con ansiosa curiosità i profumi e i sapori che usciranno dal forno.

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Comments 2

  1. Che bello leggere in tuoi racconti. Riesci con semplicità a trasmettere un esperienza ricca e appassionante. condivido molti aspetti della tua scoperta a quotidiana qui in Messico e leggere le tue stori mi aiuta a rendermene conto. Grazie

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